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Davide Pannozzo Trio - A portrait of Jimi - Master Cassette

Nuovo prodotto

Hemiolia Master Cassette su BASF 54 cromo, optional a richiesta su cassetta metal TDK MA-XG

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66,00 € tasse incl.

Dettagli

Ogni cassetta viene selezionata, testata e certificata individualmente. Copia diretta 1:1 dal nostro production master appositamente masterizzato  per il trasferimento sul supporto cassetta.

La voce dell'artista

“Era da tempo che desideravo realizzare un disco che porgesse un omaggio a Jimi Hendrix, senza dubbio la mia prima fonte d'ispirazione musicale. A lui va il mio pensiero e tutto il mio Amore per avere illuminato le mie idee e la mia musica in tutti questi anni. Un umile omaggio che spera di dipingere un ritratto insolito, diverso. Un umile omaggio per una grande anima.”

Davide

DAVIDE PANNOZZO

Musicista, compositore, chitarrista, cantante. Classe 1983. Il suo stile è definito un incontro tra Wayne Krantz e David Gilmour. David. Il nome adatto ad un predestinato. Diplomato in chitarra classica presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, con il M° Tallini – tesi di laurea su Bruno Maderna e l’improvvisazione nella musica classica e contemporanea – agli spartiti di Bach e Tárrega affianca sin da bambino i vinili di Hendrix e Clapton. Di palco in palco, Davide incanta. Incanta nei festival e nei club d’Italia (Pistoia Blues, Ameno Blues, Blues in Town, Accadia Blues, etc.) come all'estero (Bass Player in Los Angeles; IBC in Memphis – unica band italiana semifinalista; Ronnie Scott’s in London; Fête de la Musique in Paris, International Jazz Fest in Bucharest; Taubertal Festival in Frankfurt,etc): pubblico e addetti ai lavori ne ammirano ed esaltano l’evidente talento. Per lui, Big Time Sarah, Magic Slim e Scott Henderson spendono pubblicamente parole di stima e di affetto; fioccano prestigiosi premi, come l’Emergenza Acoustic Festival, il Groove Master Award – assegnato da Gegè Telesforo come “miglior talento chitarristico” – e, recentemente, l'Highland Uproar Competition, indetto dall'omonima radio scozzese, con centinaia di voti espressi dagli stessi ascoltatori. Il talento di Davide non sfugge al M° Caruso, che nel 2009 lo volle come elemento più giovane della sua orchestra durante la nota trasmissione televisiva “DOMENICA IN”; qui duetta con Alex Britti, George Benson, David Garfield, Phil Palmer. Altrettanto formative furono le successive collaborazioni con il M°Luis Bacalov, per l’opera Mediterranean Harbor, prodotto dalla Walt Disney, e i Maestri Franco Piersanti e Nicola Piovani durante lo spettacolo realizzato all’Auditorium di Roma per celebrare il cinema di Nanni Moretti. Negli ultimi anni trascorsi a Londra, Davide conosce i fratelli Mondesir, lo straordinario duo alle spalle di Jeff Beck, con i quali prende vita un nuovo, entusiasmante progetto britannico. Preceduto da Down From The Roots (2003) e Soul&Notes (2006), Born Electric, pubblicato per Universal Music/EmArcy, è il primo disco solista di Davide Pannozzo. Composto di nove brani inediti e due cover, vanta la straordinaria partecipazione di Robben Ford, David Garfield e Carl Verheyen. Oggi, Davide Pannozzo è considerato uno degli artisti di Contemporary Blues più interessanti della nuova generazione. Un artista che per narrare e interpretare il mondo nel suo volto più aspro e complessoha scelto il solo linguaggio che non adopera parole: la Musica.

 

LELLO SOMMA

Che si tratti di un autodidatta nessuno mai lo immaginerebbe. Ancor di più, dopo aver ascoltato il suono tondo, suadente, dirompente del suo straordinario basso. Un devoto dello strumento, sin da piccolissimo. Un musicista versatile e tuttavia ben riconoscibile, il cui stile coniuga Jazz e Soul Music. Dotato di una tecnica strumentale eccellente, la sua principale caratteristica è adattarsi con professionalità a qualsiasi genere musicale, alternando sonorità tipiche del Jazz, alla Steve Swallow, a quelle piene di attack e sustain tipiche del Funk e della Fusion. Noto e apprezzato session man, Lello Somma ha prestato il basso a nomi eccellenti: Art Ensemble of Chicago, Jim Kerr (Simple Minds), Karl Potter, Joy Garrison, Fabrizio Bosso, Mike Stern, Virgil Donati, James Senese e i Napoli Centrale e Dario Fo sono solo alcuni. Numerose le collaborazioni con artisti e musicisti partenopei, nazionali e internazionali. Nelle performance live, egli esprime se stesso, tutta la sua ricerca stilistica, tecnica, timbrica, dunque il suo inesauribile talento. Appassionato docente, valido arrangiatore, tecnico del suono, è al fianco di Davide Pannozzo ormai da molto tempo. Un collaboratore insostituibile, un fedele compagno di viaggio, la cui profonda sensibilità, la lunga esperienza restano colonne portanti dell’intero progetto artistico.

 

SIMONE PANNOZZO

Allievo di Daniele Chiantese e Claudio Romano, ha già un profilo che non calca le orme di nessuno. O semmai di pochi, e quei pochi sono i grandi batteristi della tradizione e della contemporaneità: Steve Jordan, Steve Gadd, Mitch Mitchell, John Bonham, Charlie Watts. Un enfant prodige alla batteria, che a soli diciotto anni – oggi ne ha venti – concluso il liceo classico con ottimi voti, ha vinto una prestigiosa borsa di studio presso il noto “The Institute of Contemporary Music Performance” di Londra. Tre mesi trascorsi a vivere e imparare nel fervore artistico e musicale della City. La sua crescita è accompagnata dall’evoluzione artistica del fratello Davide, suo primo docente, che ha prestato cuore e orecchio alla sua rapida maturazione. Oggi Simone è un astro nascente, un talento che fa già parlare di sé nella Penisola, che spinge a ripensare alla batteria come strumento nobile ed eloquente.

La voce di Federica:

Quando abbiamo pensato di realizzare questo progetto, tutti noi abbiamo colto un’opportunità. L’opportunità di mostrare il volto non noto di Jimi, quello sottratto ai più per frode o intenzione. Il volto d’un ragazzo che visse l’abbandono, la privazione; che subì il dipanarsi d’un destino obbligato che lo trascinò via dalla propria esistenza e tra i grandi della Storia. Tuttavia, destino ed esistenza, per quanto iracondo il primo e mansueta la seconda, nella vita di Jimi Hendrix si equivalgono poiché legati l’un l’altro lungo la radice del suo talento. Jimi non aveva percezione della sua Luce, della grandezza della sua Luce, o forse ne aveva ma con modestia, senza alcuna forma di ego. Era fragile, Jimi Hendrix. Eppure nella sua fragilità, in quel volto fragile, egli aveva inteso tutta la tradizione del blues – Hoochie Coochie Man è stata una delle cover più suonate e amate da Jimi, qui riproposta in una veste del tutto inedita – tutta la tradizione letteraria che i suoi testi – poesia in prosa, poesia in musica – evocano. Di verso in verso – da May this be love a Have you ever been – Jimi esalta la grandezza della Natura, come musa ispiratrice, come grande madre, come ponte e passaggio verso l’infinito di cui siamo parte, materia tangibile. Ciascun verso dedicato all’amabile cascata – “Oh, my waterfall”, una “smisurata preghiera” – contiene il vigore delle rime di Byron, la luce rarefatta eppur pregna dei dipinti di Turner, l’ardore e la passione del Carme Quinto di Catullo, ove “i mille baci e ancora cento” si rincorrono nei mille salti dell’Elemento. Di verso in verso, s’apre la narrazione degli ultimi, quelli spinti oltre i confini della società, neppure più ai margini. Quelli colti nella poesia dei cantautori del suo tempo, da Bob Dylan a Fabrizio De André. Quelli cui Jimi dedicò i pensieri più lievi negli ultimi giorni della sua vita. Di verso in verso, battono come paletti lungo gli argini della sua esistenza gli ideali di libertà, di eguaglianza, di una società plurima che deve concedere ad ognuno la propria singolarità. Divorato dal mito, il volto di Hendrix ha perso i suoi tratti umani e inumani. Era un ragazzo umile, con talento, forse senza ambizione. Sembrava non aver studiato eppure sapeva bene quanta Cultura fosse passata e stesse passando. Sapeva che il mondo s’apriva a prospettive più ampie, non terrene, differenti, “magiche”. Sapeva che il mondo poteva e doveva esser letto con occhi differenti, senza le briglie dorate del vivere comune. Jimi sapeva che il talento è fatto per essere mostrato. Ma più di tutto in ogni brano, in ogni nota, in ogni parola scientemente usata egli sapeva di dover cantare l’Amore, l’“amor che tutto move”. L’amore che eleva e traghetta, che rende corporeo ciò che è incorporeo. Siamo entrati a fondo, o forse capovolgendo le prospettive, siamo saliti verso l’alto, verso la fonte ispiratrice. Abbiamo sfrondato, analizzato, compreso, sofferto, nel tentativo di cogliere il messaggio profondo che uno Spirito come Hendrix possa aver lasciato. Quel che è rimasto è la travagliata comprensione di un uomo che ha indossato il proprio destino senza sconti, vittima del mito, della leggenda che lo vuole chitarrista folle, stereotipato in sesso e droghe. Con le droghe, si scoprì, aveva poco a che fare, se non per mano di altri; quanto al sesso, non era quello l’amore che intendeva. Quel che intendeva Jimi – una presenza che ha guidato ogni passo incerto di questo lungo percorso – era l’Amore che rende ciascuno un unicum nel Tempo e nello Spazio: astro sospeso il cui corpo è mezzo per risplendere. Jimi ha illuminato, ha donato, non si è risparmiato. Quel che è passato è stato un gesto, una capigliatura, una follia. È stato taciuto l’abbandono della madre, dolore perenne, mai sedato; l’incomprensione e la crescita straordinaria degli ultimi giorni, dopo il concerto dell’Isola di Wight; il suo forte e distruttivo senso di responsabilità. È stato taciuto il suo genio compositivo, il suo estro letterario, la sua Musica, quel che contava sopra ogni cosa. Per tutto quel che ha lasciato, che ci ha lasciato, il nostro grazie.

Federica Piacentini

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